(LA STAMPA ONLINE DI EMANUELA MINUCCI)
Questo è l’anno che certifica la svolta. Lentamente l’estate di Torino ha cambiato pelle. Anno dopo anno, esodo dopo esodo, agosto dopo agosto, la teoria di serrande abbassate che partiva dal centro e arrivava in periferia si è dissolta. Insieme con le snervanti riunioni fiume per capire come scaglionare le chiusure. Ormai è un fatto. Torino non chiude più per ferie».
A sostenerlo non è un osservatore qualunque che dopo aver incrociato decine di turisti in centro, grida il suo «mal comune mezzo gaudio» per non essere rimasto solo ad agosto in città. Ma la presidente dell’Ascom Maria Luisa Coppa, che ha il polso dei consumi e della vivacità (o catalessia) commerciale di tutti i quartieri.

 

Allora presidente, possiamo davvero dire che l’estate di «serranda selvaggia» appartiene al passato?
«Direi proprio di sì. E non si tratta di una sensazione. Come associazione abbiamo sospeso il servizio del numero verde per segnalare chi resta aperto e chi no ad agosto. Non c’è più richiesta. Già l’anno scorso il telefono suonava molto meno rispetto alle estati precedenti. Ma ormai è chiaro che è cambiato il ritmo di una città che non va più in ferie per un mese, complice anche la crisi, ma scagliona il riposo in brevi pause durante l’anno. In realtà questa città aperta ad agosto, che si fermerà – se proprio dovrà farlo – due giorni attorno al 15, è figlia di tre fattori. E in ogni caso è attivo il sito del Comune per segnalare eventuali aperture e chiusure nei giorni più difficili».

 

Quali sono questi tre fattori?
«Prima di tutto non siamo più la vecchia “one-company town” in cui quando chiudeva la Fiat chiudeva la città. Secondo, la crisi si è fatta sentire anche nel commercio e non sono pochi i negozi che non possono più permettersi di abbassare le serrande per tre o quattro settimane. Terzo motivo, il turismo. Torino è diventata una meta vacanziera. E a questo punto, a partire dal centro, ci si preoccupa di concludere buoni affari anche e soprattutto d’estate. Insomma è un insieme di fattori che concorre a dare la sveglia alla città. Il torpore estivo è un lusso e insieme una calamità che Torino non si può più permettere. Lo dicevamo anche venerdì pomeriggio al sindaco: stiamo diventando sempre più interessanti, abbiamo musei che attraggono gente da tutto il mondo, è indispensabile remare tutti nella stessa direzione».

 

A che cosa si riferisce?
«Per esempio all’incresciosa burocrazia che paralizza certe iniziative dei commercianti. E le faccio l’ultimo esempio che è finito sul vostro giornale, quello del commerciante che voleva aprire un dehors e alla fine ha dovuto gettare la spugna di fronte a un mare di permessi da chiedere. Il dehors è quasi un servizio per i cittadini, in una città che ha l’ambizione di essere turistica un’attività del genere va favorita, non ostacolata».

 

E il sindaco che vi ha risposto?
«Da persona seria qual è si è subi to preso a cuore la questione, tant’è che ha risposto direttamente a questo commerciante sul giornale, e ci ha detto che è già intervenuto per semplificare le cose. Poi ci sono altri aspetti che vanno curati e bisogna farlo tutti insieme».

 

Per esempio?
«Beh, se la città organizza corsi d’inglese per taxisti o addetti museali deve preoccuparsi anche dei commercianti. Insomma, lo sforzo deve essere corale, anche se c’è già chi fa da sé e fa bene…».

 

Un buon esempio?
«Direi di sì: provi a passare davanti alla storica pasticceria Stratta di piazza San Carlo. Ha il menù tradotto in quattro lingue, cinese compreso».